Cosa ci racconta Il Museo dell’emigrazione italiana Online sull’emigrazione friulana in Argentina
Il documento di approfondimento “L’emigrazione italiana come espansione della nazione italiana. L’esempio della migrazione friulana in Argentina alla fine del XIX secolo” offre una prospettiva approfondita sull’emigrazione italiana, focalizzandosi in particolare sulla migrazione friulana in Argentina alla fine del XIX secolo.
Confrontando questo studio con il nostro progetto, emergono conferme e nuovi spunti di riflessione.
Le quattro fasi dell’emigrazione italiana
L’articolo del Museo dell’emigrazione italiana Online suddivide la storia dell’emigrazione italiana in quattro fasi principali.
Questa periodizzazione offre una struttura cronologica dettagliata che arricchisce le nostre precedenti analisi, fornendo un quadro più articolato delle dinamiche migratorie italiane, e ci permette questo approfondimento mirato.
Prima fase (1876-1900)
L’esplosione del fenomeno migratorio
Questa fase segna l’inizio della cosiddetta “Grande Emigrazione”, con un esodo senza precedenti di italiani verso le Americhe e l’Europa. Il periodo è caratterizzato da una serie di fattori economici, sociali e politici che spingono milioni di persone a lasciare il Paese.
Cause economiche e sociali
La Grande Depressione del 1873-1896 colpisce duramente l’economia italiana, in particolare l’agricoltura, settore che occupava ancora la maggior parte della popolazione. Il crollo dei prezzi agricoli e l’aumento delle tasse aggravano le difficoltà delle famiglie contadine.
Il divario tra Nord e Sud si accentua: mentre il triangolo industriale Torino-Milano-Genova inizia a svilupparsi, il Meridione e le aree rurali del Nord soffrono per la mancanza di infrastrutture, servizi e opportunità di lavoro.
L’abolizione del sistema delle terre demaniali priva molti contadini delle ultime risorse disponibili, spingendoli a cercare fortuna altrove.
Flussi migratori e destinazioni
Tra il 1876 e il 1900, oltre 5 milioni di italiani emigrano, principalmente verso Stati Uniti, Brasile e Argentina.
Le principali regioni di partenza sono Veneto, Friuli, Lombardia, Piemonte e Campania, ma anche altre aree iniziano a vedere flussi consistenti.
La politica italiana inizialmente non ostacola la migrazione e si sviluppano le prime reti migratorie basate sul passaparola tra parenti e compaesani.
Seconda fase (1900-1914)
Il boom dell’emigrazione nonostante l’industrializzazione
L’inizio del Novecento vede una crescita senza precedenti dei flussi migratori, nonostante lo sviluppo industriale dell’Italia settentrionale. La popolazione continua a crescere e la modernizzazione non riesce ad assorbire tutta la forza lavoro disponibile.
L’industria e il mancato assorbimento della manodopera
Il Nord Italia vive un processo di industrializzazione, ma non abbastanza veloce da impiegare tutta la popolazione in cerca di lavoro. Il Meridione resta agricolo e povero, con una forte pressione demografica e un’economia arretrata.
Le riforme agrarie sono lente e non riescono a migliorare le condizioni di vita delle fasce più povere.
Numeri e destinazioni principali
In questo periodo emigrano circa 500.000 persone all’anno.
Gli Stati Uniti diventano la principale meta (oltre il 40% degli emigranti italiani va negli USA), seguiti da Argentina, Brasile e Francia.
I lavori principali sono nelle miniere, ferrovie, industrie e piantagioni agricole.
Il ruolo delle rimesse
Gli emigranti inviano ingenti somme di denaro alle famiglie in Italia.
Le rimesse diventano una fonte essenziale per l’economia delle regioni più povere, contribuendo a migliorare il tenore di vita di molte comunità.
Terza fase (1918-1939)
Il declino dell’emigrazione tra guerre e restrizioni
Dopo la Prima Guerra Mondiale, l’emigrazione italiana subisce un forte rallentamento a causa di fattori interni ed esterni.
Restrizioni nei paesi di destinazione
Negli Stati Uniti vengono introdotte leggi restrittive sull’immigrazione, come il Quota Act del 1921 e il National Origins Act del 1924, che limitano drasticamente gli ingressi.
Anche in Argentina e Brasile si assiste a una chiusura progressiva nei confronti dell’immigrazione italiana.
Il fascismo promuove una politica anti-emigratoria, cercando di frenare l’esodo per rafforzare la presenza demografica in Italia.
Crisi economica e ripiegamento interno
La crisi del 1929 colpisce duramente i paesi di destinazione, riducendo le opportunità di lavoro per gli italiani all’estero.
Il regime fascista promuove la colonizzazione interna, incoraggiando gli italiani a spostarsi verso le terre coloniali in Libia ed Etiopia.
Dati e flussi migratori
Tra il 1918 e il 1939, l’emigrazione scende drasticamente a circa 150.000 partenze all’anno (meno di un terzo rispetto al periodo precedente).
Le principali destinazioni rimaste aperte sono Francia, Belgio e Germania, mentre i flussi transoceanici si riducono drasticamente.
Quarta fase (dal secondo dopoguerra agli anni ’60)
La ripresa dell’emigrazione europea
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia si trova devastata e l’emigrazione torna a crescere, ma con nuove caratteristiche e destinazioni.
Contesto economico e sociale
L’Italia del dopoguerra è un paese impoverito, con un alto tasso di disoccupazione e un’economia ancora basata sull’agricoltura.
I paesi europei, in fase di ricostruzione, hanno bisogno di manodopera e attirano molti italiani con contratti di lavoro e incentivi.
L’emigrazione diventa più organizzata e regolamentata grazie agli accordi bilaterali tra l’Italia e vari stati europei.
Nuove destinazioni e numeri
I flussi migratori si dirigono principalmente verso Francia, Germania, Svizzera e Belgio, dove gli italiani trovano impiego nelle industrie, nelle miniere e nei cantieri.
Gli Stati Uniti riducono ulteriormente l’accoglienza di immigrati italiani, mentre il Canada e l’Australia diventano nuove mete di emigrazione.
Tra il 1946 e il 1973, circa 6,5 milioni di italiani emigrano, la maggior parte in Europa.
Cambiamenti nelle dinamiche migratorie
L’emigrazione transoceanica si riduce e diventa un fenomeno sempre più europeo.
Molti emigranti non partono più in modo definitivo, ma seguono una migrazione circolare o temporanea, lavorando per alcuni anni all’estero prima di tornare in Italia. Le condizioni di viaggio e di accoglienza migliorano rispetto al passato, ma permangono difficoltà legate alla discriminazione e all’integrazione nelle società di destinazione.
Fattori economici e sociali dell’emigrazione
L’articolo sottolinea come la grande depressione del 1873-1896 abbia avuto un impatto significativo sull’economia italiana, in particolare sull’agricoltura, spingendo molti a cercare migliori condizioni di vita all’estero. Questo approfondimento economico completa le nostre precedenti osservazioni sull’impatto dell’emigrazione sulle comunità locali, evidenziando le cause strutturali che hanno alimentato i flussi migratori.
Politiche migratorie e legislazione
Viene evidenziata l’evoluzione delle politiche migratorie italiane, dalla mancanza di regolamentazione nella prima fase all’istituzione del Commissariato Generale per la tutela dell’emigrazione nel 1901. Questa progressione legislativa mostra una crescente attenzione dello Stato verso la gestione del fenomeno migratorio, un aspetto che arricchisce la nostra comprensione delle dinamiche istituzionali legate all’emigrazione.
Destinazioni e specificità regionali
L’approfondimento pone l’accento sulla migrazione friulana verso l’Argentina, evidenziando come alcune regioni italiane abbiano sviluppato flussi migratori specifici verso determinate aree geografiche. Questo dettaglio arricchisce la nostra analisi sulle destinazioni degli emigranti, evidenziando le peculiarità regionali all’interno del più ampio fenomeno migratorio italiano e l’importanza delle reti migratorie familiari e locali.
Emigrazione e identità nazionale
Un aspetto innovativo dell’approfondimento è la considerazione dell’emigrazione come un’espansione della nazione italiana, con gli emigranti che portano con sé la cultura e le tradizioni italiane nei paesi di destinazione. Questa prospettiva amplia la nostra comprensione dell’emigrazione non solo come fenomeno economico e sociale, ma anche come veicolo di diffusione culturale e di costruzione dell’identità nazionale all’estero.